ALBA

Alba, solcata dal Tanaro e adagiata nell’anfiteatro di colline che circondano le sue torri, detiene da tempo lo scettro di città dinamica e intraprendente, ma senza dimenticare le proprie radici che affondano nella tradizione del mondo contadino. Basta talvolta alzare lo sguardo per cogliere dettagli e particolari architettonici che stupiscono ed entusiasmano, riportando ogni turista, come per incanto, alla storia di Alba, centro principale delle Langhe che conserva ancora alcune torri e case fortificate che risalgono al Medio Evo, quando era un comune indipendente. Monumento insigne è certamente la Cattedrale di San Lorenzo, ossia il Duomo, di impianto romanico duecentesco ma rifatto nel ‘400 in stile gotico lombardo. Tra i particolari più interessanti da osservare: la torre campanaria, il coro ligneo del ‘500 ed i portali romanici.

Storicamente, la città, dopo essere stata nel passato anche antica repubblica giacobina nel periodo della Rivoluzione Francese, fu poi ridisegnata ed ampliata nell’800: quest’ultima fase, molto importante per Alba, la si ritrova nelle opere dell’architetto Giorgio Busca, il maggior artefice delle trasformazioni edilizie ed urbanistiche albesi dell’800, a cominciare dallo splendido Teatro Sociale, riaperto al pubblico dopo un minuzioso lavoro di restauro e di ampliamento avvenuto nell’ottobre del 1997.

Irrinunciabile poi la visita, in pieno centro storico, non lontano dal Duomo, alla Chiesa di San Giuseppe che fu eretta dalla Confraternita dei Pellegrini di Alba, una pia associazione di laici nata spontaneamente alla fine del Sec. XVI ed ufficialmente riconosciuta dal vescovo Gonzaga nel 1622. La facciata è rettangolare, coronata da un timpano triangolare e suddivisa in due ordini sovrapposti di lesene; il campanile invece, presenta le tipiche forme del barocco locale, con una cella campanaria leggera e slanciata, sovrapposta ad un corpo più massiccio a due ordini, quasi privo di aperture e dal forte risalto plastico. A partire dalla Chiesa si scende nel sottopiano della Cappella del Crocefisso e si prosegue, tramite foyer, fino all’ambiente interrato posto sotto la Chiesa, che presenta caratteristiche strutturali di sottomurazione. Oggi la Chiesa è sede di numerose mostre d’arte, come lo è anche il prezioso gioiello della Chiesa di San Domenico, in stile gotico primitivo che risale alla fine del ‘200 e fu più volte ristrutturata. L’elegante facciata è tripartita da lesene e caratterizzata da un rosone centrale e un portale ricavato con una profonda strombatura di colonnine di arenaria e mattoni a fasce alternate e sormontato da una lunetta affrescata.  La pianta è a forma basilicale suddiviso in tre navate da pilastri a cilindri e coperto da volte a crociera cordonate. Nel corso dei secoli l’interno fu più volte modificato. In epoca barocca vennero aperte le cappelle laterali che distrussero i preziosi affreschi del Cinquecento. Nell’ultima campata della navata sinistra si possono ancora ammirare gli interessanti affreschi tre-quattrocenteschi, mentre la seconda campata conserva la croce marmorea di Leonardo Bistolfi. Alba è la città delle cento torri e da piazza Duomo ne sono visibili tre, le più alte e meglio conservate: le Torri Sineo, Bonino e Artesiano. Ma questo luogo, fulcro della vita cittadina è anche il punto di partenza per percorrere l’asse portante della vita sociale, culturale ed economica di Alba: via Vitttorio Emanuele, conosciuta anche come via Maestra. Altri monumenti da non perdere sono il Palazzo dei Conti di Serralunga, la settecentesca chiesa dei SS. Cosma e Damiano, la barocca chiesa della Maddalena e soprattutto, la Biblioteca Civica ed il Museo Civico, Archeologico e di Scienze Naturali «Federico Eusebio», sede di collezioni archeologiche romane e preistoriche relative alla zona nonché sezioni naturalistiche ed etnografiche. Consigliabile anche una passeggiata in piazza Savona, totalmente porticata, con il suo nucleo ottocentesco, dove si staglia lo storico orologio. Alba, non è solo splendore architettonico, ma anche la città che ha dato i natali allo scrittore Beppe Fenoglio, un classico del Novecento Italiano. Girovagando per le vie del centro storico si possono ritrovare una serie di itinerari promossi dal Premio Grinzane Cavour in collaborazione con la Regione Piemonte d’intesa con la Città di Alba e l’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero. L’iniziativa ha preso avvio nel 2003, in occasione del quarantennale della morte dello scrittore, le cui opere che hanno raccolto un consenso crescente di pubblico e critica uscirono postumi: nel ‘63 «Un giorno di fuoco» e «Una questione privata»; nel 1968 «Il partigiano Johnny» e nel 1969 «La paga del sabato».  Per Fenoglio infatti, Alba non è solo un osservatorio privilegiato sul mondo e l’ambiente in cui formarsi come uomo e letterato, ma anche protagonista di tante delle sue opere e punto di riferimento a cui volgere lo sguardo dalle sue amate Langhe. Nelle vie del centro storico troviamo sedici tappe in altrettanti luoghi letterari, nelle quali rivivere  le opere, le esperienze e gli umori dello scrittore, attraverso le citazioni che rivelano il suo particolare sguardo sulla città.  Alle porte di Alba poi, nei campi attorno alla frazione San Cassiano, il 2 novembre 1944 si svolse la battaglia contro le forze inviate da Mussolini per la riconquistare la città proclamatasi Libera Repubblica partigiana. Beppe Fenoglio che vi combattè in prima persona riporta le testimonianze di quei momenti drammatici nelle pagine del racconto  d’esordio «I ventitre giorni della Città di Alba» e del romanzo «Il partigiano Johnny».  La memoria  di questo importante episodio storico è affidata ad un percorso all’interno dell’Area Verde San Cassiano, in prossimità dell’imponente Fattoria San Cassiano che fu il centro operativo del sistema di difesa partigiano.

Sette tappe ricostruiscono, attraverso dei protagonisti e le riflessioni dell’Autore su vita e morte.

 

IL ROERO

 

Il Roero forse è un territorio poco conosciuto, un’area “neonata” in senso geologico, che si è formata quando le Langhe già erano emerse e consolidate. La zona a “sinistra del Tanaro”, è caratterizzata da un profilo culturale, economico e sociale, inedito e stimolante, arricchito da un’armonia di torri e di campanili, così come da un’unica convivenza di colori. Terra che all’arrivo della primavera esplode in un ricamo incantevole di fiori, terra che si placa nella calura estiva, quando la luce del lungo dì svanisce con l’apparire di magiche stelle che si rincorrono. Terra che immalinconisce nelle sfumature del verde e del giallo nel bosco d’autunno e che affida il grasso grumo della dura zolla, alla pace della neve che mai, pur nel suo uniforme candore, appiattisce la forza e l’individuale bellezza del Roero. Il paesaggio tuttavia non è soltanto colore, profumo e suono, ma è anche storia sedimentata nel tempo: terra che nell’ XI Secolo incomincia a rappresentare un’importante via di transito per il settore sud-occidentale del Piemonte e subisce gli interessamenti ed insediamenti anche dell’emergente comune di Asti. La storia del Roero è completamente autonoma rispetto a quella della Langa e si trovano punti di contatto, solo alla fine delle guerre del Monferrato quando, nel 1631, Alba entra nei domini sabaudi e diventa una provincia comprendente anche la sinistra del Tanaro, mentre la dipendenza spirituale continua ancora con il vescovo di Asti; solo agli inizi dell’800 subentrerà il vescovo di Alba. Politicamente l’area, come parte della contea di Asti, entra nei domini di Orléans quale dote di Valentina Visconti nel 1387, quindi viene assegnata nel 1530 dall’imperatore Carlo V al duca Carlo III di Savoia, sotto forma di dono a Beatrice. Tante vicende ed una antica intensità di insediamenti, hanno lasciato molte tracce visive, anche se purtroppo molte sono scomparse o sono rimaste solo nei documenti. Il lato più affascinante del Roero è quello dei borghi di sommità, fenomeno prettamente medievale, in relazione alle tante signorie locali. Di queste antiche dimore feudali, restano vari esempi: Sommariva del Bosco, Monticello, Monteu, Canale e Castellinaldo, che hanno conservato quasi immutato il fascino dei loro tempi migliori, legati alle vicende che all’epoca erano di notevole importanza, e che solo il tempo ha sfumato e riposto nell’oblio. In alcuni casi i manieri hanno ceduto il posto a grandiose costruzioni sorte dalla seconda metà del ‘600 a tutto il ‘700, come sontuose residenze di campagna, riverbero dello sfarzo e della potenza che venivano ostentati alla corte di Torino. Si tratta dei castelli di Govone, Magliano Alfieri, Guarene, espressione rispettivamente dei Solaro, degli Alfieri e dei Roero, tre delle numerose famiglie astigiane. In altri casi restano svettanti torri, come quella di Corneliano, di Montaldo Roero o quella – purtroppo da pochi anni mozza – di Santo Stefano Roero. Un’area quindi vivacemente insediata, che non può che essere anche caratterizzata da espressioni religiose di diverso spessore: la consistente presenza del barocco, ma anche le superstiti ed isolate presenze di absidi romantiche  o le due parrocchiali romanico-gotiche (a Montaldo e Guarene). Da sempre quindi, la gente che abita queste colline ha intessuto un proficuo dialogo tra la società complessa, che caratterizza il vivere del nostro tempo ed il “peso” di un passato che ovunque sboccia, sviluppando un’economia basata su culture specializzate e su un turismo selezionato. Accanto a questo mondo contadino, fatto di uomini di campagna, lavoratori fieri che paiono ricamatori di filari e frutteti, uomini che parlano ancora il dialetto roerino, convivono tradizioni, stili di vita, che provengono da un lontano passato. Il popolo di queste colline ha saputo coniugare il presente, con le sue più profonde radici, dando vita ad un insieme di comunità, basate su solide e radicate identità. Le colline alla sinistra orografica del fiume Tanaro a nord-ovest di Alba, sono da sempre la culla ideale per una viticoltura straordinaria, con la denominazione territoriale Roero. Qui l’uva Nebbiolo con una sapiente aggiunta di Arneis (dal 2 al 5%), che ne aumenta la gradevolezza, dà origine al vino Roero Doc. Si tratta di un vino nuovo e storico contemporaneamente, perché fonde in sé, equilibrio perfetto fra innovazione e tradizione.  Il vino Roero Arneis, invece, è ottenuto dalla vinificazione delle uve Arneis in purezza e la gradazione minima complessiva prevista dal disciplinare di produzione è di 10,5 gradi. Caratteristicamente si distingue per la sua innata eleganza, che inizia dal colore giallo paglierino più o meno carico con riflessi verdolini e prosegue con un profumo netto, intenso, di fiori e di frutta fresca, terminando in bocca, rotondo ed armonico con  un retrogusto delicatamente amarognolo.

 

IL MOSCATO

 

 ”Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Così Pavese descrive ne “La luna e i falò” lo straordinario contrappunto tra passato e presente, tra mutamento e immobilità, vissuto nella sua natale Santo Stefano Belbo, e più precisamente nella Cascina San Sebastiano, dove con la sua famiglia soleva passare l’estate. I ricordi di questa terra sono tangibili nelle sue opere: “Seguitai a salire, e vidi il portico, il tronco del fico, un rastrello appoggiato all’uscio – la stessa corda col nodo pendeva dal foro dell’uscio. La stessa macchia di verderame intorno alla spalliera sul muro.  La stessa pianta di rosmarino sull’angolo della casa. E l’odore, l’odore della casa, della riva, di mele marce, d’erba secca e di rosmarino”. Il profumo di quella campagna che ancor oggi sopravvive e si esprime attraverso il faticoso lavoro in vigna, nel rito della vendemmia,  nei fuochi d’artificio… Paesi unici come Neive, Neviglie e Trezzo Tinella, confinanti fra loro, non lontani da Castiglione Tinella, e appartenenti a quei comuni della Langa, noti soprattutto per la pregiata produzione vitivinicola che li caratterizza. La posizione strategica di Neive non era certo sfuggita ai nostri avi, i quali iniziarono ad insediare questo poggio addirittura in epoca preromana (di quei tempi è rimasta visibile un tratto di strada lastricata).  Neive è riuscita a passare indenne, attraverso numerose vicende di scambi e litigi, aventi come protagonisti alcune nobili famiglie, delle quali si conservano i ricordi in documenti e cronache. Nell’antichità il luogo (il cui nome deriva da Nevio, della Gens Nevia, forse il poeta del II Secolo a.C. che compose una storia in versi e numerose commedie) appartenne alla tribù Camillia. Nel Medio Evo subì le invasioni barbariche ed in seguito fu conteso da Alba ed Asti. Delle due anime di Neive, Borgonuovo è il paese dei commerci, l’antico luogo di sosta per i carri diretti ad Alba e, un tempo, centro ricco di trattorie e stallaggi per il cambio dei cavalli. Cresciuto nell’anarchia architettonica degli anni Sessanta, il paese basso ha preservato il centro storico posto in vetta alla collina, immobile nel tempo, con le sue palazzine sei e settecentesche salvate da arditi rimaneggiamenti o, peggio, demolizioni. Così, la Neive antica è arrivata a noi immutata, raccolta in alto, intorno alla torre del castello, datata 1274, che è di fatto una delle principali attrattive. La torre sorge in Neive Castello, l’altra anima del paese, quella storica, ed è raggiungibile attraverso tranquille e silenziose stradine, molte delle quali sono rese suggestive da una pavimentazione autentica: il pavè. Col trascorrere dei secoli divenne la torre campanaria del comune ed un orologio è stato inserito sulla facciata, sul lato maggiormente visibile. Altra costruzione molto interessante e quindi da visitare, è il cosiddetto “Monastero”, che sarebbe poi il tempio di Santa Maria del Piano, posto appena fuori dal paese, sulla via che conduce al vicino comune di Mango. Purtroppo il suo stato di conservazione è mediocre, ma contiene comunque numerosi e preziosi fregi di cui rimangono alcune tracce. Imponente, anche se pare un po’ trascurato, è il campanile romanico di costruzione millenaria. È a cinque piani, divisi da una cornice ad archetti pensili a pieno centro. Costruito in laterizi a pietre conce caratteristiche dell’epoca romana, il campanile è un monumento nazionale. Si vuole che nella stessa località sorgesse un tempio dedicato alla dea Diana… e parlando di dei, non possiamo dimenticare Bacco che, come tutti sanno, è il dio del vino. Poco lontano da Barbaresco troviamo anche Neviglie le cui linee urbanistiche sono ancora in larga misura quelle di un insediamento agricolo, con valori, oggi purtroppo rari, di una florida comunità rurale.  Un sentiero conduce ad un punto panoramico di notevole interesse.  La chiesa parrocchiale, affiancata sul lato destro dal campanile preceduto da un piccolo portico che lo lega al filo della facciata, è dedicata a San Giorgio. La chiesa è in sobrie ed eleganti linee barocche.  All’interno, una particolare attenzione merita la Cappella della Madonna, di gusto rinascimentale, edificata nel Cinquecento e conservata nella sua forma originale quando la parrocchiale subì le trasformazioni barocche. Nella Cappella della Madonna è custodito un importante dipinto, una pala d’altare raffigurante il “Matrimonio mistico di Santa Caterina”. Restaurata di recente, è una delle opere più belle di Macrino d’Alba che la dipinse nei primi anni del Cinquecento, quasi sicuramente già destinata alla cappella in cui è oggi custodita. Pochi chilometri oltre, altro comune, altro vino… Mango e il suo Moscato, presentato trionfalmente nell’Enoteca Regionale Colline del Moscato che ha sede nel Castello.  Il Moscato è il vitigno più coltivato. I grappoli dorati che producono questo famosissimo vino dolce coprono ettari ed ettari di queste colline, spesso impervie e scoscese. Il Moscato d’Asti e l’Asti sono i vini a denominazione di origine controllata e garantita che si ottengono, con un diverso procedimento, della vinificazione dell’uva Moscato, coltivata soprattutto sulle colline che degradano verso il Belbo. La coltivazione di questa vite, a Santo Stefano Belbo è stata introdotta dai monaci Benedettini intorno all’anno 1000 e nel corso dei secoli è diventata il cardine dell’economia del nostro paese. Nell’abbazia di S. Gaudenzio,  esistono  bassorilievi di grappoli presumibilmente di Moscato. Non a caso nello stemma del Comune, concesso con Decreto Reale in data 16.11.1902, nello scudo sormontato da corona, tra grappoli d’uva, è inciso il motto:  “Vitis Sancti Stephani ad Belbum Vita”. Il Moscato (dolce, aromatico, caratteristico, talvolta vivace o frizzante) e l’Asti (aromatico, spumante, caratteristico, delicatamente dolce, equilibrato) possono essere utilizzati per la preparazione di aperitivi, coctails ed essere usati in molte ricette per dolci. Canelli, invece, è una delle Capitali Italiane del vino: in pochi altri casi l’enologia e la viticoltura hanno influenzato così profondamente il paesaggio, l’economia, la storia, la vita stessa di una comunità. Sulle colline che circondano la città, la vigna esiste praticamente da sempre: dapprima per soddisfare un fabbisogno strettamente locale, poi, per alimentare un commercio sempre più fiorente e diffuso, destinato a diventare ben presto la maggior risorsa del territorio.

 

IL DOLCETTO

 

ll piacere per l’autentico, per un sapere che affonda le sue radici nelle tradizioni, nella pazienza intesa come arte delle stagioni.  L’arte insomma di un vino, come il Dolcetto, espressione atavica di semplicità e schiettezza.  Non lasciamo che il suo nome induca ad equivoci: non è un vino dolce, ma lo è l’uva da cui proviene perché il vitigno di origine regala uva con bassa acidità che non può esaltare la già notevole sensazione dolce data da un discreto contenuto di zuccheri. Sono probabilmente queste le motivazioni che da lungo tempo, inducono a considerare il Dolcetto un ottimo vino quotidiano. Il Dolcetto d’Alba è composto al 100% da uve dolcetto, ha un colore rosso rubino che talvolta, nella schiuma tende al violaceo. Nel sapore si rivela asciutto, armonico, gradevolmente amarognolo, con moderata acidità e buon corpo. Per il Dolcetto di Diano d’Alba la storia racconta di documenti del ‘600 con citazioni come “Duset” o “Duzet”. Ma il vero trionfo di questo vino si conosce nel 1986, data in cui Diano d’Alba si dotò di un piano urbanistico d’avanguardia per l’attribuzione della denominazione del vigneto: furono infatti censiti 77 Söri ad alta vocazione vinicola. Questo vino invita anche alla scoperta di un paese che conserva tracce di un glorioso passato, a partire dalla parrocchiale di San Giovanni Battista, costruita tra il 1763 ed il 1770 su progetto dell’archietto Rangone di Montelupo, con forti richiami allo stile dello Juvarra. Ridiscendendo da Diano verso Grinzane, attraversando comuni come Novello, Barolo o Monforte si giunge nella Langa Doglianese, esplorando anche Monchiero dove merita una sosta il Santuario della Madonna del Rosario. Irrinunciabile, successiva tappa del nostro tour enogastronomico ed artistico è Dogliani, notissima internazionalmente per il suo Dolcetto. Per assaporarne il carattere basta chiudere gli occhi.La sua caratteristica commerciale più rilevante è la versatilità dei suoi abbinamenti che rende piacevole la degustazione durante tutto il pasto. Il centro di Dogliani si sviluppa lungo le sponde del torrente Rea, affluente di destra del fiume Tanaro, in cui va a confluire presso Monchiero, dopo aver raccolto le acque di numerosi torrenti di Langa.  Attualmente, il concentrico è costituito da cinque borghi: Castello, il Borgo,  Airali, San Quirico, San Rocco. La parte antica di Dogliani è ancora raccolta attorno al castello, alla Chiesa di San Lorenzo e alla torre civica, all’interno della cinta muraria fortificata (il Borgo, e borgo Castello), e tuttora conserva pressoché intatto l’antico assetto urbano e numerose testimonianze architettoniche del periodo medievale. Col 1800, si ebbe una notevole espansione anche del centro abitato, con la nascita ex novo o lo sviluppo di borghi al di fuori delle mura storiche e la realizzazione di importanti opere pubbliche, quali la piazza del grano, la lastricatura del Borgo, l’arginatura del torrente, il peso pubblico e l’ala del mercato, il ponte sul Rea, il teatro e la piazza del Teatro, il macello, il nuovo cimitero, il nuovo ospedale.  A livello artistico-culturale, di Dogliani vanno segnalati: il Museo storico-archeologico “Giuseppe Gabetti” che, allestito in alcuni locali del Palazzo comunale, già Convento del Carmine, ospita, oltre a numerosi reperti archeologici di età preromana e romana, anche una sezione che si può definire di archeologia industriale, in quanto presenta una ricca raccolta di manufatti in argilla prodotti dalle locali fornaci, che con i loro molteplici motivi formali arricchirono le architetture dell ‘800 e del ‘900 piemontese; la Pieve  di Santa Maria, ricostruita nel XVIII Secolo, sulle fondazioni della primitiva Pieve; la Chiesa di San Lorenzo, parrocchiale del borgo Castello, ricostruita  La forma ottagonale, sul sito dell’antica chiesa tardo romanica a tre navate (Secoli XII-XIII); il Santuario della Madonna delle Grazie, originariamente dedicato alla maternità di Maria, posto su di un colle a circa 3 chilometri dal centro; la Chiesa dedicata all’Immacolata Concezione e a San Giuseppe (1871-80), che sembra essere stata eretta, in scala ridotta, sul modello della precedente, maestosa Chiesa dei Santi Quirico e Paolo; la Confraternita dei Santi Fabiano, Sebastiano e Rocco, detta oggi del Santo Nome di Gesù, terminata nel 1754-56; la settecentesca Villa di San Giacomo, residenza estiva del presidente della repubblica Luigi Einaudi, che qui aveva ordinato la sua grande biblioteca, ricca di ben 70.000 volumi, ora all’Istituto Einaudi di Torino.Dogliani è stato da sempre il punto di riferimento di tutti i centri della Langa doglianese. Già sul finire del XIX Secolo, a fianco della sua tradizionale vocazione agricolo-vinicola, si sviluppò una vera e propria economia industriale, con le prime fornaci di laterizi e la prima distilleria a vapore, affiancate da aziende a livello artigianale o a conduzione familiare. Tra le manifestazioni principali, possiamo ricordare la Sagra del Dolcetto di Dogliani, il Premio “Zolfanello d’oro” e la Fiera dei Santi.  Meritano attenzione anche altri importanti centri come Belvedere, Somano, Bonvicino, Farigliano. A metà strada tra Farigliano e Carrù, vale assolutamente la pena di visitare il Santuario della Madonna della Mellea. Ancora pochi chilometri ed ecco apparire Carrù, famosa per il suo imponente castello. L’aspetto del castello è il risultato di svariati interventi condotti attraverso i secoli: vi si possono rintracciare parte della merlatura, aperture gotiche murate, feritoie, a testimonianza della funzione difensiva e strategica della costruzione in periodo medievale. Successivi interventi riconducibili al 1600, ne modificarono l’assetto ed anche la destinazione d’uso, divenendo tranquilla abitazione di campagna per la villeggiatura dei conti Costa. Alcuni interventi di gusto neogotico, insieme alla sistemazione del giardino, condotti intorno alla metà del 1800, ne completarono la fisionomia, tuttora riscontrabile. L’interno conserva grandi saloni, alcuni dei quali decorati con motivi floreali e allegorie mitologiche, riconducibili in parte alla seconda metà del 1600 ed in parte alla prima metà del 1800; l’arredamento e la ricca collezione di tele (tra queste interessanti opere di scuola piemontese e genovese) risalgono pressoché interamente alle sistemazioni sei-settecentesche dei Costa. Fra i vari ambienti merita particolare attenzione la “camera dell’alcova”, che conserva un arco in legno e stucco dipinto, singolare esempio di gusto decorativo e scenografico barocco.  Carrù è famosa anche per la Fiera del Bue Grasso. Una manifestazione che ha origini antiche, poiché si hanno notizie che fin dal 1473 si tenevano in Carrù mercati di bestiame con frequenza bisettimanale. Il duca Vittorio Amedeo I, con un decreto in data 15 ottobre 1635, concesse alla comunità carrucese di tenere una fiera annuale, da farsi ricadere dopo la festa di San Carlo (4 novembre), per la durata di tre giorni. La prima fiera del bue grasso si svolse il 15 dicembre 1910 e fu istituita per volontà dell’amministrazione comunale e del comizio agrario di Mondovì per porre rimedio alla grave carenza di animali da macello ed al conseguente aumento dei prezzi della carne ed ora è diventata un tradizionale appuntamento commerciale e folcloristico la cui importanza è diffusa anche fuori dai confini regionali. Alla fiera, che si tiene annualmente il secondo giovedì antecedente il Natale, sono ammessi esclusivamente bovini da macello di razza piemontese, suddivisi nelle categorie buoi, manzi, vitelle vitelli, vacche, manze, torelli e tori. La giuria, composta da veterinari ed allevatori, redige le classifiche e la premiazione avviene alle ore undici presso il foro boario in piazza Mercato, con l’attribuzione ai capi migliori delle ambite gualdrappe e fasce decorate a mano, alla quale segue la passerella espositiva dei buoi e dei manzi.  Contestualmente alla mostra zootecnica, si tiene pure il consueto mercato settimanale, per l’occasione notevolmente ampliato, nonché l’esposizione di macchine ed attrezzature agricole. Nei ristoranti, fin dal primo mattino, è possibile degustare i piatti tipici locali, quali il bollito con le salse e la minestra di trippe.

 

BAROLO

 

Il Barolo, uno dei vini più conosciuti ed apprezzati nel mondo, deve il suo nome ad un piccolo paese adagiato sulle dolci colline delle Langhe, una terra ncantata da cui nascono grandi  vini ed in cui si è sviluppata una cucina di assoluta eccellenza.Ma le suggestioni enogastronomiche, che attirano su queste colline milioni di turisti ogni anno, non sono le sole in grado di smuovere  i visitatori: un paesaggio di incomparabile dolcezza, tesori  artistici ed archeologici, hanno fatto di questi luoghi una delle mete più raffinate del turismo internazionale.  Un itinerario turistico nella terra del Barolo non può che prendere le mosse dal centro stesso  del territorio in cui nasce questo grande vino: il comune di Barolo ed in particolare l’Enoteca ospitata nel Castello che domina l’antico borgo.  Le colline delle Langhe del Barolo appartengono ad un sistema territoriale che unisce undici Comuni e li lega in un comprensorio geografico dove uomo e natura si sono da sempre mossi, in sintonia con il tempo e le stagioni, per la prevalente coltivazione della vite, tanto da farne un simbolo per un prodotto che può vantarsi, oggi come ieri, di essere unico  al mondo: il vino Barolo  appunto. Queste colline fatte da dolci  crinali, si presentano oggi come un immenso giardino coltivato, scandito dai colori degli ordinati filari tenuti con amorosa cura dai contadini che  si tramandano tecniche antiche. Sotto il cielo di questa Langa che ci ha lasciato preziose testimonianze artistiche e paesaggistiche, castelli medioevali, architetture rurali, cascine e case padronali ci fanno capire come qui sia stata attenta e intensa la vita dell’uomo.Oggi i castelli, tutti  perfettamente restaurati, sono posti al servizio di questa cultura e di questa terra ed aperti  al pubblico.  Il Castello Falletti di Barolo,  tra le altre iniziative e mostre permanenti, ospita la prestigiosa Enoteca Regionale che fa capo agli undici Comuni del  comprensorio del Barolo. Nelle sue storiche ed ampie cantine vi è la più  prestigiosa selezione di vini DOC (Denominazione di origine  controllata) e DOCG (Denominazione di origine  controllata e garantita). Qui ogni anno vengono promosse manifestazioni per far conoscere i nostri prodotti pregiati. Non solo quelli legati al mondo dell’enologia, ma anche alla grande cucina langarola ed al mondo dell’arte. Le antiche sale dell’Enoteca e del Castello diventano periodicamente luogo di incontro per chi vuole  conoscere più a fondo questa  terra nei suoi aspetti antichi ed  attuali. La tradizione si pone  con attenzione al servizio delle problematiche attuali  di salvaguardia e di attento progresso, ma sempre nel rispetto del passato. Ecco perché un viaggio in terra di Langa non può che iniziare, sottovoce e con la sguardo pieno di colori e profumi, proprio da questo castello. Il viaggio nelle terre in cui si produce questo vino prestigioso, inizia dunque da Barolo che, dai suoi 301 metri, è collocato al centro di una vasta conca collinare. Abitato fin dai tempi preistorici, il borgo di Barolo è dominato dall’imponente mole del castello la cui costruzione viene fatta risalire al X Secolo. Nel 1250 divenne feudo dei marchesi Falletti.La dinastia che dominò la zona per secoli si estinse nel 1864 con la morte dell’ultima Marchesa Giulia Colbert che diede fama al vino Barolo prodotto nelle sue terre. Oggi il Castello ospita l’Enoteca Regionale, oltre alla Scuola alberghiera, ed è al centro di molte iniziative di carattere  promozionale e turistico.   Da visitare la Chiesa parrocchiale e, mescolando il sacro con il profano,  le numerose cantine dei produttori. Molti i punti   panoramici e la possibilità   di rilassanti passeggiate. Fra le curiosità, il vicino Castello della Volta il cui nome deriva  dalla leggenda secondo la quale la volta di un salone crollò  e travolse tutti gli ospiti del castello impegnati in una festa  particolarmente «piccante».  Da Barolo si può salire a La Morra dalla quale si gode uno dei panorami più  suggestivi delle Langhe. L’aria buona che vi si respira, il clima temperato e l’ampiezza dell’orizzonte fanno di La Morra uno di centri più  frequentati dell’intera zona. Recentemente sono stati istituiti i «Sentieri del vino» che  suggeriscono gradevoli itinerari fra campi e vigne. Fra le curiosità, il Monumento al Vignaiolo sulla piazza più bella del centro, il Museo Ratti  dell’enologia nella frazione Annunziata. Da La Morra si scende a Cherasco cittadina posta su un altopiano  alla confluenza fra i fiumi Stura e Tanaro. Di origini molto antiche fu, nel Medio Evo, un’importante piazzaforte militare.Nel 1631 vi si firmò la «pace di Cherasco» fra Francia, Austria, Spagna, Monferrato e Mantova.  È una città ricca di storia e  contiene monumenti di notevole interesse. La caratterizzano i due archi trionfali che racchiudono il centro storico; da visitare la Chiesa di San Pietro del XIII Secolo ed il seicentesco palazzo Salmatoris che ospita importanti mostre d’arte. Dal punto di vista gastronomico è uno dei centri più importanti per l’allevamento  delle lumache.Dopo Cherasco  si riprende la strada delle colline e si risale a Novello che si distingue da lontano per il suo inconfondibile profilo. La strada che porta al paese, arrivando da La Morra, corre su un crinale dal quale  la vista spazia su tutta la Langa e sulla pianura oltre il Tanaro, fino alla cerchia delle Alpi, con l’inconfondibile piramide del Monviso. Da visitare la barocca chiesa di San Michele Arcangelo, la Confraternita di San Giovanni ed il castello che sorge sui resti dell’antica costruzione  medievale. È stato ricostruito in stile neogotico, con torri merlate, un grandioso scalone, finestre ad  ogiva con archetti lobati. Oggi ospita un albergo-ristorante. Da Novello, in un dolce saliscendi, si arriva sul versante opposto dove incombe Monforte, borgo antichissimo ed importante soprattutto nel Medio Evo. Nel 1028 l’antico castello venne espugnato dall’arcivescovo di Milano, perché era diventato rifugio di una colonia di eretici, i Catari (i Puri), che, catturati e condotti a Milano, finirono sul rogo, ma non abiurarono la loro fede. Oggi il paese si presenta con le case della parte antica tutte addossate alle pendici di un colle molto ripido, alla sommità del quale è un  complesso architettonico con un imponente campanile romanico, alcuni edifici sacri e ville signorili edificate sui ruderi del castello antico. Nell’area è stato ricavato un bellissimo auditorium  all’aperto che ospita importanti concerti nella stagione estiva.  Ad un passo da Monforte,  troviamo Castiglione Falletto  raggiunto attraverso un percorso che si sviluppa interamente  fra i vigneti. Il paese è dominato dal castello che i primi documenti fanno risalire al 1001. Il nome del paese è legato ai Marchesi Falletti feudatari della zona.  Oggi la fortezza medievale  si presenta con tre grandi torri  cilindriche angolari ed un imponente torrione centrale. Suggestiva e raccomandata la passeggiata lungo i bastioni. Un altro castello di origine trecentesca domina l’abitato di Serralunga d’Alba che si è  sviluppato in cerchi concentrici tutto intorno all’antico maniero. Restaurato nel 1950, è sicuramente uno dei più conosciuti  e caratteristici; si erge altissimo  su un colle sul quale era stato  edificato con chiari intenti  difensivi e di avvistamento.  Ai piedi del castello la chiesa  di San Sebastiano del 1600 con un bel campanile quattrocentesco.  Da percorrere senza fretta  le stradine del centro storico che avvolgono il castello come in un abbraccio e nelle quali si trovano ristoranti, trattorie e cantine. Ancora un castello, ma di epoca più recente (risale al Settecento  e si dice sia stato ricostruito  sui ruderi di quello medievale su disegno dell’architetto Juvarra), costituisce la caratteristica  principale ed il vanto di Verduno. Nel 1838 venne acquistato dal re Carlo Alberto di Savoia. Verduno, luogo tranquillo e silenzioso, conserva nelle sue stradine intorno al Castello (oggi ospita un rinomato ristorante) il fascino di un paese di altri tempi.  Arrivando a Grinzane Cavour non si può fare a meno di ammirare l’imponenza e la bellezza di un altro castello, simbolo di un paese che ricorda, anche nel nome, il Conte Camillo Benso di Cavour che fu uno degli artefici dell’Unità d’Italia. Cavour visse a lungo nel castello e fu anche sindaco del paese.Seppe, con la sua lungimiranza non solo  politica, intuire le potenzialità dei grandi vini  e dell’agricoltura di qualità  di queste terre.  Attualmente il castello, perfettamente  recuperato, ospita un ristorante, l’Enoteca Regionale ed un Museo enologico di ottimo livello.  Dai bastioni si gode uno dei più dolci panorami sulle Langhe  e sulle terre del Barolo.  Da Grinzane,  in poche curve, si arriva a Diano d’Alba il cui  nome è fatto risalire a Diana dea della caccia.  È una località  «aerea», dalla quale la vista spazia, con una visione a 360°,  sui castelli, sui vigneti tutt’intorno e sui paesi di Langa.Infine rapida discesa e breve  risalita per raggiungere, a Roddi, l’ultimo paese del comprensorio del Barolo e l’ultimo castello del nostro itinerario. Presenta il volto di un borgo medievale tipicamente arroccato attorno al maniero  ed è un paese ricco di storia. La parte più antica del castello  è stata eretta prima del Mille.  Del Secolo XII e XV le due  torri principali. Il centro storico si presenta  con le case una addossata  all’altra, lungo la strada  che risale, con  andamento  circolare, tutto il  paese.Quelli del Barolo sono  undici paesi uniti da un  grandissimo vino. Hanno molte caratteristiche comuni: soprattutto la possibilità  di offrire al visitatore un’ospitalità calda e cordiale  all’insegna dell’enogastronomia più raffinata.

 

BARBARESCO

 

Viaggiare in Langa significa perdersi ai confini del mondo, in luoghi dove l’orizzonte si confonde con la linea del cielo, dove il giorno è intenso e la notte silenziosa… Alla ricerca di un nuovo modo di respirare la natura.  Protetti da una sinfonia di colori e profumi intensi e vivi, unici come il grande vino Barbaresco, interprete insuperabile di un territorio d’eccezione che annovera comuni come Barbaresco, Neive, Treiso, e San Rocco Seno d’Elvio.Solo chi rispetta la natura può comprendere l’autenticità e la storia, anche culturale di questi paesi,  magistralmente descritti da Beppe Fenoglio. L’itineraio  fenogliano in Barbaresco si snoda attraverso la cascina Pagliuzzi (luogo delle trattative tra i partigiani e i gerarchi fascisti durante i «Ventitre giorni della Città  di Alba», titolo della sua  famosa fatica letteraria), la Cascina Rocca e naturalmente, le rocche ed il fiume Tanaro, che Fenoglio sin da ragazzo aveva imparato ad amare e che durante la guerra partigiana, ritrovava come punto obbligato degli  spostamenti dei ribelli. Pagine  tratteggiate ne  «Il partigiano Johnny»: «Montavano la guardia sugli aerei, di per se stessi avventurosi, strapiombi sul fiume Barbaresco. Là il fiume, ricordava Johnny, era stretto e profondissimo, lento come una colata di piombo, ed al gusto e alla vitalità della guardia concorreva il mistero imminente nelle fittissime pioppete sull’altra  sponda vicinissima». E sempre a proposito  del Tanaro, Fenoglio scriveva: «… scorreva con una corrente ampia e liscia, celante, secondo Johnny, una vita subacquea  infinitamente più ricca di quella che sottostava ampia e liscia, celante, secondo Johnny, una vita subacquea  infinitamente più ricca di quella che sottostava alle scarmigliate, energiche  correnti dirimpetto alla città». Oltre ai ricordi ed ai luoghi dello scrittore, Barbaresco conserva, dell’antica fortez­za che dominava la valle del Tanaro, solo la torre, alta ben 36 metri. Al centro del paese, nell’ottocentesca chiesa sconsacrata di San Donato vi è la sede dell’Enoteca Regionale del Barbaresco.  Poco distante  il comune di Neive con il suo centro  storico diviso in Ripasorita e Ripafredda, quella esposta  al sole del mattino.  Appare evidente l’originaria struttura  ad anelli del comune, tutto racchiuso intorno al castello  medievale, costruito intorno all’anno Mille per difendere il paese ed i suoi abitanti dagli attacchi dei Saraceni. Da visitare le chiese e i palazzi tra cui spiccano quelli in stile barocco piemontese, opera dell’architetto neivese Giovanni Antonio Borgese. Treiso invece, sin dall’epoca romana è stato un centro legato alla città di Alba di cui rappresentava la zona residenziale prediletta, grazie alla vicinanza al centro urbano e per merito della sua posizione geografica felice.  Imperdibile, turisticamente la spettacolarità e la suggestione della voragine ad anfiteatro conosciuta come «Rocca dei Sette Fratelli», in località Canta.  Conclude il tour nei luoghi del Barbaresco, San Rocco Seno d’Elvio che deve il suo nome al santo patrono della frazione e dal Seno d’Elvio, il torrente che scorre nella valletta.  Ai viaggiatori non può certo rimanere celata la storia del Barbaresco, ottenuto da uve nebbiolo conosciuto nelle tre varietà: Lampia, Michet e Rosè.